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domenica 2 luglio 2023

Due a Milano

In via Cornalia(*) c'è il ristorante libanese Fairouz, dove ci si può sbizzarrire coi piatti del Levant, che si tratti di carne o delle sequenze di meze che prediligo. Il personale è cordiale e celere, il locale è pulito, luminoso e ben arredato. Ideale per un pasto rilassante e quattro chiacchiere. La zona Gioia, Garibaldi, Centrale e Repubblica è in gran fermento, cioè ci sono ancora un sacco di cantieri, e quindi è sconsigliato avventurarcisi in auto. Continuano comunque ad esserci auto posteggiate ovunque che non abbelliscono di certo queste vie e i loro innumerevoli ristoranti.
(*) Edit 2025: abbiamo provato anche il Fairouz di Via Buonarroti, specializzato in menù vegetariani e vegani. C'è anche un dehors sulla via, non particolarmente affascinante ma questo è quello che passa il convento Milano. Si sta strettini.

L'Anlot e Oltre, invece, in via Raffaello Sanzio, si specializza in "tradizione tortonese" offrendo appunto un menù "componibile" di agnolotti, oltre a vari altri piatti (faceva un gran caldo ma abbiamo fatto il tris di polenta!) e una scelta di etichette di Timorasso, il vino dei colli Tortonesi, che sarà simpatico provare e confrontare. Barbera a fiumi per chi vuole il rosso. Il locale è carino ma noi siamo stati nel piccolo dehors sul marciapiede, tipica offerta della ristorazione alla milanese. Un locale che propone qualità senza voler strafare, e che per questo ci piace. Molto bene!

domenica 21 maggio 2023

Hello!, Corbetta

"Store, eventi, coffee house" recita il biglietto da visita di questo locale che è evidentemente impossibile descrivere in italiano - anche se ad esempio "bar, pasticceria, sala da tè" potrebbe andare bene, con l'aggiunta di piccola panetteria e spuntini vari (o "brunch", tanto per capirci). Un bel localino, arredato, oserei dire, "shabby chic" (d'altronde, il motto è "more than you can image", qualunque cosa voglia dire, quindi siamo autorizzati a esagerare con l'inglese), con una piccola ma elegante veranda/cortiletto per la bella stagione.

Sono benvenuti i locali di questo tipo: giovani (relativamente parlando - qua da noi "giovani" vuol dire che il barista non è in età pensionabile), eleganti (sempre relativamente - cioè arredati con cura e puliti) e moderni (dove non ti guardano male se paghi il cappuccino con la carta, hanno un sito web decente e iniziative originali). Bene! continuate così!

sabato 20 maggio 2023

Continuiamo con le stroncature milanesi

Pizza & cucina Eataly [edit 2024: i ristoranti di Eataly sono stati riorganizzati - la musica sembra meno invadente e gli spazi più ampi, i prezzi sono sempre stratosferici, il servizio approssimativo.]

Solo una breve nota per registrare la non buona esperienza al ristorante "per poveri" di Eataly (rispetto a quello "per ricchi" al piano superiore), dove a pranzo si può gustare un piatto di spaghetti con burrata (preparati perfettamente, per carità!) al modico prezzo di 13,90 euro, piu' 2 di coperto/servizio che coprono i costi dei giovani camerieri, volenterosi ma alquanto alle prime armi. L'ambiente è luminoso. Si sta strettini.

Esperienza non buona perché, oltre a essere caro, l'ambiente è troppo rumoroso, a causa della musica di sottofondo spesso troppo alta: al tavolo, alla cassa del ristorante, alle casse del supermercato, ma soprattutto all'ingresso, dove un paio di altoparlanti sparano musica spazzatura a tutto volume verso i tavolini antistanti e i malcapitati pedoni. Inquinamento acustico di cui non si sentiva alcun bisogno.

Non tornerò.

Vasinikò [edit 2024: chiuso e smantellato]

Dove una volta c'era la pizzeria Smeraldino, sulla stessa piazza XXV aprile dove si affaccia Eataly, c'è quest'altro locale con qualche pretesa di troppo. Pizzeria con cucina, diventa affollatissimo e rumorosissimo in pausa pranzo. Una recente visita serale (con locale semivuoto) è stata totalmente negativa, a causa delle pizze molto care e non particolarmente ben cotte (una arrivata in gran ritardo - a quanto pare il primo tentativo si era bucato), antipasti anch'essi cari e striminziti, ma soprattutto il mancato funzionamento del POS e l'assenza di qualunque altro mezzo di pagamento digitale alternativo. Non ci è rimasto che andare alla ricerca di un bancomat sotto l'acquazzone.

Qualcuno dovrebbe insegnare a chi lavora in questi locali che in una situazione del genere è buona norma offrire un piccolo sconto al cliente. Invece no, fanno 39,70 e trentanove e settanta rimangono.

Adieu.

giovedì 13 aprile 2023

The Stage Dining, Milano

Di posti pretenziosi, a Milano, ce n'è uno dietro ogni angolo, ma non me ne viene in mente nessuno che batta The Stage, già a partire dalla location, Piazza Gae Aulenti, il luogo simbolo di Milano che si crede Dubai, che ha scambiato due grattacieli per la modernità.

Al The Stage ci sono finito a causa di una cena aziendale un mercoledì sera, quando siamo stati relegati in un tavolo buissimo nonostante il locale fosse semivuoto (c'era solo altri tre avventori). Quando abbiamo chiesto di avere un po' di luce ci è stato risposto, semplicemente, "no". Abbiamo usato i cellulari per farci luce. Il tavolo a fianco -vuoto- aveva i faretti accesi, il nostro no. Siamo stati serviti da due persone per le quali non sprecherei il termine "cameriere": hanno interrotto infinite volte le nostre conversazioni -senza nemmeno un cenno di scusa- per sollecitare le ordinazioni o servire l'acqua (a proposito, solitamente si servono prima le signore... ma non al The Stage), non hanno esitato a urtare i commensali per sdraiarsi sul tavolo per servire chi era seduto dall'altra parte, hanno sparecchiato senza chiedere piatti non ancora terminati, eccetera. Insomma, un disastro: un cosplay malfatto del lavoro di cameriere.

Il cibo purtroppo raggiunge vette di surrealismo difficili da trovare -mi ripeto- persino a Milano: 18 euro per sei acciughe (giuro, sei acciughe, un po' di burro e qualche briciola di carasau) sono una di quelle cose su cui farsi una gran risata se paga la ditta o fare una scenata se paghi tu. La tartare a 27 euro consiste di quattro forchettate di carne insapore e alcune fette di tartufo trasparenti (giuro). Insomma, ci si ingozza di pane e si ringrazia il cielo ogni minuto che paga Pantalone.

Poi per carità il locale è bello (a parte il buio) e se la compagnia è simpatica si sta anche bene. Però rimane un'esperienza ai limiti del criminale.

domenica 5 marzo 2023

Osteria Francescana, Modena

Un ristorante di fama mondiale come l'Osteria Francescana risulta, direi per definizione, non classificabile secondo i criteri normalmente riservati ai posti dove si va a mangiare. Lasciano quindi il tempo che trovano sia le recensioni che le stelle Michelin (qui come altrove). Rimane l'esperienza, come viene definita dalle innumerevoli mail di promemoria, richiesta di conferma e conferma della conferma che riceverete dopo la fatidica prenotazione (da effettuarsi, ovviamente, con mesi di anticipo). Il menù è online. La degustazione di dodici portate (che coi vini in abbinamento vale 530 euro a persona) è un percorso artistico, culturale, attraverso la cucina italiana che forse rischia di andare sprecato quando servito a clienti stranieri che mancano dell'intima conoscenza dei piatti tradizionali per poterne apprezzare le interpretazioni, rivisitazioni, stravolgimenti architettati dal deus ex machina Massimo Bottura.

Una prima nota sull'esperienza è che qualcuno potrebbe aspettarsi -e forse anche, legittimamente, pretendere- la presenza dell'autore dietro ai fornelli. Bottura invece non si palesa. É anche vero che andiamo ad ascoltare le sinfonie di Beethoven anche se lui è morto, e c'è persino gente che paga per vedere le tribute band di cantanti che sono ancora vivi. Lasciamo a ognuno le proprie preferenze.

Più modestamente, ma allo stesso tempo con un pizzico di snobberia, noi abbiamo optato per la scelta alla carta. Chiariamo nuovamente che culinariamente parlando ha poco senso addentrarsi in un giudizio di merito - è vero, ci sono milioni di persone che, forti di migliaia di ore davanti alla TV, si ritengono in grado di disquisire dei dettagli della tecnica degli atleti olimpici, quindi perché non fare lo stesso con le Cinque stagionature del Parmigiano Reggiano in diverse consistenze e temperature? - noi ci limiteremo a brevi descrizioni. Il suddetto Parmigiano è puro esibizionismo di maestria tecnica, gioco di prestigio e divertimento da assaporare secondo le istruzioni dell'autore. 

Il Culatello di Zibello Antiche Razze 42 mesi di stagionatura accompagnato da mostarda di mele Campanine è memorabile sorprendentemente grazie alla brioche celestiale che poverina non ha meritato nemmeno una menzione nell'altisonante nome del piatto.

Sacro e profano si incontrano e si scambiano di posto nelle Tagliatelle al ragù e nel Riso grigio e nero: ostriche e caviale dove possiamo gustare la perfezione della preparazione e dell'equilibrio dei sapori.

Notiamo come i nomi apparentemente ridicoli di alcuni piatti siano in realtà nient'altro che una precisa descrizione della preparazione stessa: forse una piccola frecciatina a chi ama darsi delle arie nascondendosi dietro diciture astruse e nomi criptici. Si continua su livelli top quindi coi dolci: Non è una Tatin, non è una Sacher e à ghe anche L'amareina, appunto.

Unica nota meno che perfetta dell'intero pasto è stato il gelato -un po' troppo freddo rispetto al resto del piatto- di Oops! Mi è caduta la crostata al limone. Per dire cosa si va a notare in certe situazioni.

Come non di rado accade, però, e come recita il detto, dulcis in fundo con la piccola pasticceria servita insieme al caffè: macaroon di fegato, cannolo alla carbonara e cioccolato dall'orto di Casa Maria Luigia (la residenza dove le molte mail citate all'inizio cercheranno di convincervi a prenotare la notte post-francescana).


In particolare, applausi a scena aperta, lacrimoni e lancio di fiori sul palco per il minuscolo cioccolatino, capolavoro di microscopica architettura culinaria e sorprendente tavolozza di sapori miniaturizzati. Hurrà!


Dicevamo, quindi, l'esperienza: ribadiamo, a scanso di equivoci, che nell'opinione del sottoscritto, nulla giustifica ottanta euro di prezzo per un qualsivoglia piatto di tagliatelle in quanto tali. A fronte di tali prezzi per qualcosa che non viene mai definito un pasto e più che con la cucina ha in comune con l'arte o lo spettacolo, c'è quindi il diritto (oserei dire) dello spettatore di fare le pulci a ogni particolare.

Pur rimanendo quindi ossequiosamente inchinati di fronte alla maestria culinaria, iniziamo.

Per cominciare, risulta abbastanza antipatica la richiesta di arrivare alle 12:30 -non entro, non circa- ma alle 12:30 spaccate per "garantire il migliore svolgimento dell'esperienza" (o una dicitura del genere, ora non ricordo). Ovviamente accogliere tutti gli ospiti alla stessa ora -peraltro cortesemente "spingendoli" verso un menù fisso - facilita alquanto il lavoro della cucina; stupisce però che in un contesto del genere si ricorra a queste trovate da mensa aziendale. Gradirei avere il lusso di poter arrivare quando mi pare, nei limiti della decenza. La trovata delle 12:30 comporta inoltre la spiacevole attesa in mezzo alla strada di fronte a una porta chiusa per chi (la gran parte dei presenti) ha avuto la sventura di arrivare con qualche minuto di anticipo, oltre alla visione - non particolarmente d'alta classe - del personale della cucina che bighellona nella via adiacente in attesa dell'inizio del turno di lavoro.

All'ingresso si viene accolti da una squadra di giovani inservienti - leggevo recentemente dell'usanza di stage non retribuiti presso i ristoranti stellati - occupati nei compiti più ameni, dal prendere i cappotti al semplice indicarvi a ogni metro la strada per raggiungere il vostro tavolo. Nel caso di questo numerosissimo team il confine tra l'alta classe e il ridicolo è labile.

La location. Via Stella è una via anonima, imbruttita dalle auto posteggiate un po' ovunque come normale qua da noi. L'entrata del locale consiste di una porta anonima, e le sale interne (perlomeno l'ingresso e la nostra) sono quanto di più neutro possiate immaginarvi. Pareti grigio tortora, alcuni quadri, nessuna suppellettile o altro ornamento. È senz'altro vero che un ambiente del genere conduce l'ospite a concentrarsi sull'esperienza culinaria, ma, anche qui, il confine tra una stanza minimal e un bunker antiatomico è labile. Essendo al piano terra su una via anonima, non ha ovviamente alcun senso aspettarsi una vista panoramica dalle finestre, chiuse da tende che a nessuno viene naturalmente in mente di aprire.

Il servizio, ça va sans dire, è impeccabile, anche se, in alcuni casi, un po' freddo e, come dire... robotico. Il copione è fisso e in sala non c'è spazio per l'improvvisazione. Non c'è spazio nemmeno per una carta dei vini, nel senso che non ci è stata offerta ed è presente sul sito. Non so a voi, ma a me inquadrare il QR code non fa molto ristorante di lusso.

Al momento del conto, uno degli innumerevoli inservienti si presenta al tavolo armato di PoS, che però in sala non prende bene e quindi costringe il personale a vari avanti e indietro verso il corridoio. Sono sicuro che la proprietà potrebbe permettersi di investire una piccola somma in un sistema wi-fi decente. All'uscita si viene omaggiati di una piccola bottiglia di aceto balsamico targata Bottura.

Ognuno tiri le somme secondo il tipo di aritmetica che preferisce.






Ristorante Bar Sport, Cisano sul Neva

Nonostante sempre più spesso capiti di ritrovarsi in locali moderni e un po' pretenziosi nascosti dietro nomi come "circolo del popolo" o "trattoria dopolavoro", in Liguria è ancora possibile -soprattutto nell'entroterra- trovare piccole macchine del tempo nascoste in un borgo come quello di Cisano sul Neva col suo Ristorante Bar Sport. Seppure la fama della buona cucina si sia ormai diffusa e la clientela ampliata di conseguenza, per il resto entrando al Bar Sport si torna indietro nel tempo in una vera "trattoria di una volta" dove è la sostanza della cucina a farla da padrona, e non l'arredamento della sala. Il breve menù è garanzia di cucina pensata e curata, ligure d'entroterra (quindi principalmente di terra), con le sue minestre, le sue paste, con poche concessioni al pesce o al massimo alle seppie in umido. Qualità, calore umano senza troppe smancerie, gran soddisfazione e prezzi sorprendentemente economici (ma come!? solo 62 euro in tre?) soprattutto grazie all'aver mantenuto su livelli onesti le voci su cui il 90% dei ristoranti ricarica pesantemente e ingiustificatamente (coperto a 1,5€, antipasti a 6, mezzo litro di vino della casa a 3,5, cima alla genovese a 6).

Parcheggio non troppo agevole ma tutto sommato non difficile se fuori stagione. Che gli dei della ristorazione mantengano in buona salute i proprietari del Ristorante Bar Sport di Cisano sul Neva.

Panta rei duepuntozero, Corbetta

Il Panta rei di Corbetta ha trovato una formula astuta che abbina pizze "gourmet" con cucina tradizionale, interpretata con cura, il tutto in un bel locale rustico ma elegante, con un'intera piazza di fronte per parcheggiare. Così facendo, si attira la clientela che normalmente sarebbe intimorita di fronte a certi piatti "ricercati" e allo stesso tempo (ma questa è una mia supposizione) si tiene alla larga la massa di aspiranti food critic cresciuti a pane e show culinari in TV, che non potrebbero sopportare la coesistenza di mondeghili e pizza tonno e cipolle nello stesso menù.

La nostra consueta visita infrasettimanale con scontrino chiuso alle 21:02 ci ha assicurato una cena tranquilla e un servizio gentile (ma non attentissimo). Anche in caso di affollamento il locale credo che risulterebbe vivibile, grazie alla saletta riservata ai tavoli per due parzialmente separata dalla sala principale.

Come detto, si coniugano pizze ben fatte, buone birre, una buona scelta di vini e cucina di qualità con alcune trovate originali senza strafare, come piace a noi, come gli gnocchi con una pennellata di cioccolato amaro, o il "pantasnack".

Consigliato. Coperto a 3€, prezzi per il resto nella norma.

sabato 11 febbraio 2023

Osteria del gallo, Arluno

Evviva evviva per l'Osteria del gallo in Piazza Del Popolo ad Arluno, dove si mangia e beve bene, si spende il giusto (non poco, ma il giusto) e il servizio è professionale e cordiale in egual misura. Non c'è molto da dire più di quanto abbia detto la recensione che mi ha fatto scoprire questo ristorante: "le salette con le volte con i mattoni a vista restituite all’originaria bellezza grazie a una ristrutturazione realizzata in modo magistrale, i tavoli ben distanziati e apparecchiati in modo curato".

Noi abbiamo mangiato un ossobuco che si scioglieva in bocca e, tra l'altro, dei panciotti (ravioli) con totani e polpo, e un filetto al fieno molto invitante. Per una volta, un locale che passa dal mare alla terra senza combinare pasticci. Hurrà anche per i dolci.

C'è qualche posto auto nelle immediate vicinanze.

Fabbrica di Pedavena, Busto Arsizio

Grande birreria e steak house (con pizza) dove si fa anche musica dal vivo, uno di quei posti pronti ad accogliere folle affamate negli orari di punta e sperduti visitatori come noi in strani orari di serate infrasettimanali. A dire il vero, questi hamburgerifici iniziano a sembrare un po' tutti uguali, accomunati dall'organizzazione militaresca della sala, dai menù infarciti di birre artigianali, dall'arredamento industrial, dagli slogan sbarazzini.

Noi come al solito arriviamo presto trovando il locale completamente vuoto (a parte il gruppo che stava finendo il soundcheck) e non abbiamo potuto non patire il consueto "aspettate un attimo" della cameriera che deve consultare il padrone per trovarci un tavolo invece del "sedetevi dove volete" che -beata illusione- mi aspetto ogni volta. Ovviamente, dopo aver finito i nostri hamburger e birrazze il locale era ancora semivuoto.

A parte questo, il servizio è stato gentile e sollecito, il menù ne ha per tutti i gusti e il locale è carino. I prezzi non sono economici (coperto a 2 euro). C'è un buon parcheggio proprio davanti. C'è una terrazza al primo piano.

Flower burger, Milano

Ormai io mi aggiro per Milano come il signor Ingalls quando prende il carretto e va a Mankato, quindi un posto come Flower Burger mi risulta esotico come Disneyland. Su Corso Garibaldi, popolato da giovani che possono permettersi di spendere 15 euro per un panino, da qualche malcapitato colletto bianco e dall'obbligatorio finto-fricchettone di turno (una mamma allattante finto-hippy nell'ultimo caso), il minuscolo locale colorato e sbarazzino vende hamburger vegetariani a base di ceci e cose simili, serviti in pane multicolore e cassettine di legno contenenti anche i contorni (spiccano gli edamame - tipico legume milanese, più appropriato al locale dei volgari fagiolini). Tutta roba buona, per carità, però il posto è oggettivamente angusto fino all'eccesso (bagno, cucina, cassa e banco delle salse condividono uno spazio ristrettissimo).

Il tutto non sarebbe un gran problema se non fosse per il fatto che la pandemia mi ha reso ancor più sensibile al sovraffollamento.

Insomma, un posto da frequentare fuori ore pasti.